Tra i tavoli in legno grezzo e gli orci di terracotta di un’umile stazione di posta nella Valle dell’Ofanto, la storia d’Italia avrebbe potuto prendere una piega completamente diversa. L’evento, avvenuto il 27 ottobre 1803 presso la Taverna di San Cassano — edificio tuttora esistente e visibile nell’omonimo largo nel comune di San Ferdinando di Puglia —, segna uno dei capitoli più affascinanti e fino ad oggi meno noti del Risorgimento italiano: il primo germoglio per il raggiungimento dell’Unità d’Italia.
Ogni 27 ottobre ricorre l’anniversario di quel fondamentale incontro che, a distanza di 223 anni, continua a mostrare il ruolo centrale della comunità pugliese nelle vicende nazionali. A riportare alla luce questa pagina dimenticata è un’inedita e rigorosa ricerca archivistica condotta dallo studioso di storia locale Tommaso Capacchione, autore della pubblicazione “L’accordo di San Cassano”. Menzionato per la prima volta nel 1939 dallo storiografo Antonio Lucarelli sulla Rassegna Storica del Risorgimento, il documento d’archivio è rimasto per quasi un secolo sepolto nel dimenticatoio, prima che la sua rilettura odierna ne svelasse la straordinaria rilevanza.
In quel lontano 27 ottobre 1803 si incontrarono due tra i massimi esponenti degli eserciti allora antagonisti: da un lato il Generale Giuseppe Lechi, comandante dell’Esercito della Repubblica Cisalpina e alleato dei francesi di Napoleone, e dall’altro il Colonnello Giovan Battista Colajanni, comandante e Ministro della Guerra dell’Esercito Borbonico sotto il Regno di Ferdinando IV. In un’Italia ancora fortemente frammentata, ben 57 anni prima dello sbarco dei Mille di Garibaldi, i due alti ufficiali strinsero un’intesa audace, scegliendo di superare le divisioni ideologiche e la logica delle armi per porre le basi del percorso verso l’Unità d’Italia sotto una sola bandiera. Il Generale Lechi vide nel Colonnello Colajanni non un nemico da combattere, ma il rappresentante di una parte integrante della futura nazione da accogliere in alleanza.
Questo visionario progetto politico unitario non giunse a compimento probabilmente a causa delle fortissime ingerenze e pressioni da parte dei vertici militari e politici del tempo. Da una parte pesarono la diffidenza di Gioacchino Murat, ostile verso le mire autonomiste di Lechi per un’Italia unita, e dall’altra l’incessante opposizione dell’Ammiraglio John Acton, Segretario di Stato borbonico e consigliere di Re Ferdinando IV, il quale, strettamente legato alla politica britannica, temeva e osteggiava la nascita di una potenziale potenza unitaria nella penisola. Costretti a giustificarsi di fronte alle rispettive autorità gerarchiche e a subire gravi accuse di cospirazione, i due ufficiali videro naufragare il proprio accordo
La ricerca di Tommaso Capacchione restituisce anche il ritratto storico di una San Cassano dinamica e strategica, ben lontana dall’essere un punto marginale del territorio. L’area rappresentava infatti uno snodo logistico fondamentale come stazione di posta per il cambio dei cavalli lungo le direttrici del Regno, oltre a essere un presidio militare per il controllo della Valle dell’Ofanto fin dal Medioevo.
Al di là del grande valore storiografico, la ricorrenza del 27 ottobre e il ricordo dell’Accordo di San Cassano offerti dalla storia dell’Unità d’Italia invitano a una profonda riflessione per la contemporaneità. In un’epoca segnata da crescenti tensioni internazionali e summit sfarzosi ma spesso infruttuosi, il contrasto con quella “umile” taverna emerge con forza. Lontani dai palazzi reali e dalle sfarzose residenze nobiliari, pochi tavoli di legno al confine tra la Capitanata e la Terra di Bari furono la cornice di un dialogo autentico fondato sulla libertà, la fratellanza e il rispetto reciproco: un tassello fondamentale che non solo riscrive i primi capitoli dell’identità nazionale, ma assegna alla Puglia e a San Ferdinando un ruolo di primissimo piano nella storia d’Italia.