Il vangelo di San Luca, appena proclamato, ci indica una virtù molto importante del nostro essere cristiani: l’umiltà. L’umiltà è qualità del cuore e del comportamento di chi nelle relazioni non mette al centro se stesso, piuttosto si impegna con convinzione a mettere al centro il Signore e i fratelli e le sorelle che ama di più, i poveri.

Il testo ci racconta di un pranzo, al quale è presente Gesù, a casa di uno dei capi dei farisei. Prendendo spunto dal fatto che gli invitati scelgono i primi posti, Gesù racconta una parabola per riflettere su questo comportamento che, dobbiamo riconoscerlo, ancora oggi continua a segnare le relazioni nei diversi contesti delle nostre esperienze: casa, scuola, lavoro, chiesa, sport…

Scegliere, attribuirsi i primi posti equivale a voler primeggiare, passare avanti, credersi superiori agli altri – magari calpestando i loro diritti – dominare e a volte abusare. Tutto ciò è un clamoroso fallimento per chi decidesse di andare in questa direzione perché, afferma Gesù, chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

Servirsi degli altri non può essere una logica degna della vita che abbiamo ricevuto in dono. Servire è la verità della vita, ecco perché dice agli invitati di andare ad occupare gli ultimi posti, quelli dei servi.

Quando, alla tavola della vita, si scelgono gli ultimi posti si incontra Gesù, è li che ha scelto di stare, come diceva don Tonino Bello in una sua omelia, perché non è venuto per essere servito ma per servire.

La nostra vita, continua la parabola facendo riferimento all’immagine del pranzo o della cena, va donata non a chi può contraccambiare, in modo da guadagnarci in termini di gratificazione, di successo, di denaro, di riconoscimento. L’omelia in occasione della solennità la vita va condivisa, come dice Gesù, con poveri, storpi, zoppi, ciechi: con chi, cioè, non ha possibilità di ricambiare. Non possiamo pensare di speculare su questo dono seguendo la logica del mercato che risponde al do ut des. La vita è un’altra cosa, è un dono che tutti noi abbiamo ricevuto e come tale non può che essere ri-donato nella condivisione. È questa la verità e la vera felicità della vita!

Allora, alla tavola dei figli di Dio le portate più prelibate, che già anticipano l’eternità, quelle che vogliamo offrire e gustare, non possono che essere il servizio, la gratuità e la pace che ne consegue. Alla risurrezione dei giusti, ci ricorda il vangelo di questa domenica, riceveremo la nostra ricompensa!

Permettetemi di ricordare, come sto facendo a tutte le celebrazioni per le feste patronali, per affidarlo oggi all’intercessione di San Ferdinando, Patrono della nostra città, un passaggio di ciò che ho condiviso all’assemblea diocesana di fine anno pastorale.

Nel maggio 2021, i Vescovi italiani, rispondendo all’invito di Papa Francesco, hanno avviato con tutte le Diocesi un percorso sinodale. Tutti sono stati invitati a partecipare attraverso una consultazione ampia e capillare nel biennio 2021-2023.

È diventato sempre più chiaro il desiderio di avviare una nuova esperienza di Chiesa. Prima ancora dei documenti, sarà questa stessa esperienza di “cammino” a farci crescere nella “sinodalità”, a farci vivere cioè una forma più bella e autentica di Chiesa.

Quello che emerge con forza è il desiderio di una Chiesa come “casa di Betania” aperta a tutti: Una Chiesa che ha il sapore della casa, dice il titolo dei nostri Orientamenti Pastorali diocesani.

Una Chiesa che sia casa aperta a tutti, dove ognuno si senta accolto e corresponsabile, dove la cura vicendevole e la comunione siano impegno e desiderio che sostengano il camminare insieme dietro l’unico maestro, il Signore Gesù. Proprio in rapporto a questi contenuti, leggendo la brochure della festa patronale, mi hanno positivamente colpito le parole del messaggio che la dott.ssa Arianna Camporeale, Sindaca di San Ferdinando, ha rivolto alla città: “una comunità deve e sa condividere gioie e dolori, momenti lieti e di festa come anche fasi delicate. Siamo sempre fermamente convinti del fatto che nessuno debba mai restare indietro. Per nessuna ragione. E lo sguardo benevolo del nostro San Ferdinando Re ancora una volta ci assisterà e ci guiderà per superare le difficoltà ed aiutarci a migliorare questo paese, tutti insieme. Come sa fare una comunità inclusiva”.

Il prossimo anno, con tutte le chiese che sono in Italia apriremo, così sono stati chiamati, tre cantieri.

Il primo riguarderà l’ascolto di quegli ambiti che sembrano essere rimasti in silenzio o inascoltati nell’anno appena passato.

Il secondo cantiere parte dalla convinzione che le comunità cristiane attraggono quando si configurano come “case di Betania”. Emerge il desiderio di una Chiesa che abbia come modello di riferimento quello familiare più che quello aziendale. Per questo sarà importante ascoltarci sull’effettiva qualità delle relazioni comunitarie e sull’ esperienza di fraternità e di partecipazione corresponsabile come spinta alla missione. Sarà importante esaminare anche la questione degli spazi di corresponsabilità femminile all’interno della comunità cristiana.

Il terzo cantiere riguarderà l’ascolto e il confronto sul come è possibile, nei vari servizi ecclesiali, vincere l’affanno e radicare meglio l’azione nell’ascolto della Parola di Dio e delle persone.

Sicuramente San Ferdinando ci sosterrà e camminerà con noi. Buona festa a tutti!